L’innovazione didattica parte dal basso: dalla classe 3.0 alla flipped classroom

L’innovazione didattica parte dal basso: dalla classe 3.0 alla flipped classroom

Tra gli innumerevoli processi di riforma della scuola introdotti negli ultimi anni, che troppo spesso si sono rivelati mere razionalizzazioni dell’esistente in funzione di obiettivi di risparmio della spesa, c’è sempre stato un tema quasi del tutto assente, o inserito alla stregua di invocazioni di principio senza però ricadute concrete: l’innovazione della didattica.

A sopperire a questa grave lacuna (grave perché dovrebbe essere l’ossatura della riforma, non un eventuale abbellimento), ci hanno pensato spesso i singoli istituti sparsi per lo stivale che, nonostante budget di investimento prossimi allo zero, hanno saputo re-inventare lo stare in classe, il ruolo dell’insegnante, le modalità di apprendimento e interazione degli studenti.

Famiglia assente all’appello della #buonascuola, mentre in Finlandia …

Famiglia assente all’appello della #buonascuola, mentre in Finlandia …

Tra i temi dibattuti nella tanto criticata proposta di riforma della scuola italiana, tra presidi-sceriffo, valutazione, formazione permanente dei docenti e via parlando, c’è un elemento a mio avviso molto  sottovalutato, quello del rapporto tra scuola e famiglia.

Nel testo in discussione al Senato la parola “genitori” compare solo 5 volte, in riferimento a un generico ruolo consultivo (a discrezione del dirigente) nella redazione del Piano di Offerta Formativa della scuola, e in previsione della creazione di un Comitato di Valutazione degli insegnati.  Anche la parola “famiglia” compare solo 5 volte, e sempre in riferimento ad indicazioni generiche di principio.

Chiedo alla scuola insegnanti straordinari

Chiedo alla scuola insegnanti straordinari

Da genitore farei carte false pur di iscrivere i miei figli in una classe dove so che ci sono insegnanti straordinari (e vi spiegherò perché). Non è dunque legittimo attendersi un sistema di scuola pubblica capace di scovarli e valorizzarli? E che metta nelle condizioni quelli “meno dotati” di livellarsi verso l’alto e non verso il basso? E che, nei casi più estremi, permetta di far cambiare mestiere a chi proprio non ce la fa (o non ce la vuole fare)?

Tra i diversi pomi della discordia che in questi giorni spinge il mondo della scuola a un’imponente manifestazione di protesta contro il progetto di riforma “La buona scuola” (qui il disegno di legge integrale), vorrei soffermarmi su un aspetto che trovo dirimente: la “valutazione del lavoro dei docenti”.