La ricetta per una scuola migliore? Valorizziamo il ruolo degli insegnanti

La prestigiosa rivista internazionale “l’Economist” ha pubblicato nel 2014 una ricerca che comparava i sistemi scolastici di quaranta paesi. L’Italia si colloca nella parte medio bassa della classifica, in venticinquesima posizione. Ai primi posti le scuole del Nord Europa e dell’Est Asiatico (alcuni di questi casi li abbiamo analizzati in altri post qui e qui). Dopo di noi alcuni paesi dell’America Latina e, in ultima posizione, l’Indonesia.

Tale classifica è stata definita sulla base della cosiddetta “Curva di apprendimento”, un indicatore che mette insieme diversi fattori come:

  • l’attenzione verso la formazione (di base e continua),
  • l’interesse nei riguardi delle materie tradizionali come la lingua madre, la matematica e le scienze
  • l’interesse verso le materie del futuro come l’uso della tecnologia, il problem solving e il lavoro di gruppo (team working)
  • la collaborazione tra genitori e insegnanti
  • la spesa pro-capite dedicata all’educazione.

Tra i fattori analizzati ce n’è uno in particolare che in Italia appare particolarmente critico: la considerazione del ruolo degli insegnanti nella società.La professione di insegnante troppo spesso è vista come un ripiego (“male che vada, faccio l’insegnante”), un posto fisso che richiede tutto sommato poco impegno (ditelo a chi questa professione la fa seriamente), l’unico mestiere con tre mesi di ferie pagate, e via discorrendo, di luogo comune in luogo comune.

L’insegnante invece è una figura fondamentale per la crescita e il progresso di un società, sotto tutti i punti di vista. «Quando il ruolo dei professori è riconosciuto, la scuola funziona meglio» spiega Roberto Gulli, presidente di Pearson Italia. «Non si tratta solo della retribuzione: per avere buoni insegnanti bisogna offrire una formazione continua. Fare il professore deve essere un privilegio per chi si laurea, non meno prestigioso di altre professioni come l’avvocato o l’ingegnere».

Dalla ricerca emergono anche altri due aspetti importanti:

  • non necessariamente i paesi che spendono di più nell’educazione hanno risultati migliori. Australia, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Giappone, Corea del Sud e Paesi Bassi hanno mostrato ottimi risultati nonostante spese per l’istruzione non superiori ad altri Paesi;
  • dove i programmi e i risultati sono chiari e trasparenti, l’attività scolastica è più efficace. È una caratteristica che accomuna ad esempio i sistemi scolastici orientali: società e famiglia sanno esattamente cosa aspettarsi dagli insegnanti (ne avevamo parlato anche in questo post); gli insegnanti sanno cosa aspettarsi dagli alunni; gli alunni hanno ben presenti gli obiettivi da soddisfare. È quello che potremmo deifinire il principio-valore di una scuola “partecipata”, dove i genitori collaborano e i docenti sono ritenuti preziosi.

 

rapporto famiglia scuola, metis42

Non sappiamo quali effetti produrrà la recente riforma della scuola in questo senso. La formazione obbligatoria e il bonus annuale di 500 euro assegnato a ogni docente, il sistema di premialità per gli insegnanti più attivi, una programmazione triennale dell’attività formativa, basteranno a migliare il nostro sistema educativo?

Riusciremo a recuperare quel collante di fiducia e collaborazione, tra insegnanti (e più in generale istituzione-scuola) e famiglie (più in generale società)?

Nelle risposte che daremo a questa domanda passa, ne sono convinto, una parte importante del nostro futuro.

Nel frattempo, per soddisfare la vostra curiosità, ecco la classifica completa della ricerca:

  1. Corea del Sud
  2. Giappone
  3. Singapore
  4. Hong Kong
  5. Finlandia
  6. Regno Unito
  7. Canada
  8. Paesi Bassi
  9. Irlanda
  10. Polonia
  11. Danimarca
  12. Germania
  13. Russia
  14. Stati Uniti
  15. Australia
  16. Nuova Zelanda
  17. Israele
  18. Belgio
  19. Repubblica Ceca
  20. Svizzera
  21. Norvegia
  22. Ungheria
  23. Francia
  24. Svezia
  25. Italia

 

 

 

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