Le 5 lezioni “digitali” di Vivian Maier

Ci sono ancora due settimane di tempo per visitare al MAN di Nuoro la mostra dedicata a Vivian Maierla bambinaia americana che per cinquant’anni ha fotografato la vita nelle strade di New York e Chicago senza mai far conoscere il proprio lavoro.

Agli occhi di un educatore digitale questa esposizione – davvero emozionante – stimola almeno cinque interrogativi. Eccoli:

  • Vivian Maier viveva con la macchina fotografica appesa al collo e per strada immortalava tutti i soggetti e le situazioni che riteneva interessanti. Curiosa verso l’esterno, la bambinaia viveva nella riservatezza più assoluta, gelosa della propria privacy e della straordinaria quantità di foto e video realizzati nel corso degli anni. E’ giusto che il ritrovamento casuale di questo materiale – o meglio dire di queste opere d’arte – sia stato l’occasione per passare al setaccio la sua vita e renderla pubblica in ogni suo aspetto?
  • Il fotografare per condividere (su Facebook e Instagram) è una caratteristica dei nostri tempi e ai tempi di Vivian Maier era inconcepibile. Ci sono spazi in cui la fotografia deve rimanere ancora un fatto privato? Quali devono essere i limiti della “condivisione” che caratterizza la cultura 2.0?

September 24, 1959, New York, NY

  • Il fenomeno Maier è nato grazie all’acquisto all’asta di alcuni suoi negativi. Il giovane scopritore di queste prime foto – che cercava solo vecchie immagini della sua città – ha iniziato a indagare sull’identità dell’autrice, dando il via a una entusiasmante caccia al tesoro per due continenti: la curiosità e la tenacia di questo ragazzo hanno prodotto un fenomeno mondiale. Nella prima fase di questa avventura Internet ha avuto un ruolo decisivo. Poi sono venute le ricerche d’archivio e le interviste ai testimoni. Sarebbe bello educare i nostri figli al valore della ricerca e della serendipità, anche su temi di poco interesse: non si sa mai quale scoperta si possa fare. Lo abbiamo mai fatto?
  • Come insegnava Magritte col suo celebre paradosso – “ceci n’est pas une pipe” – ogni immagine in fondo è un piccolo tradimento, essendo solo la rappresentazione della superficie di un oggetto o di una persona, non la sua essenza. Educare a leggere le immagini è un passaggio irrinunciabile in un mondo sempre più mediato dagli schermi di smartphone, Pc e televisione. Abbiamo mai affrontato questo tema con i nostri figli?

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  • Questa mostra è anche una grande lezione di storytelling. Le foto sono indubbiamente di grande valore ma il fascino è dovuto in gran parte alla storia – e al mistero – costruiti intorno all’autrice. Siamo in grado di valorizzare l’arte del racconto per dare spessore alle nostre piccole storie familiari, anche utilizzando gli strumenti che la cultura digitale ci mette a disposizione?

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