L’innovazione didattica parte dal basso: dalla classe 3.0 alla flipped classroom

Tra gli innumerevoli processi di riforma della scuola introdotti negli ultimi anni, che troppo spesso si sono rivelati mere razionalizzazioni dell’esistente in funzione di obiettivi di risparmio della spesa, c’è sempre stato un tema quasi del tutto assente, o inserito alla stregua di invocazioni di principio senza però ricadute concrete: l’innovazione della didattica.

A sopperire a questa grave lacuna (grave perché dovrebbe essere l’ossatura della riforma, non un eventuale abbellimento), ci hanno pensato spesso i singoli istituti sparsi per lo stivale che, nonostante budget di investimento prossimi allo zero, hanno saputo re-inventare lo stare in classe, il ruolo dell’insegnante, le modalità di apprendimento e interazione degli studenti. Tutto questo mescolando un pizzico di tecnologia digitale ma soprattutto quintali e quintali di creatività (perché il budget zero aguzza l’ingegno) e altrettanta buona volontà e desiderio di “vero” cambiamento.

Oggi racconto due casi “locali” di innovazione didattica che mi hanno colpito e che, come qualsiasi buona prassi che si rispetti, potrebbero essere sperimentati anche dentro le nostre scuole.

Classe 3.0.

Ci trasferiamo a Bari. Puglia. Sud Italia. Liceo scientifico statale “Arcangelo Scacchi”. Ripeto: statale. Al loro primo giorno di scuola, i ragazzi del primo anno devono aver, per un attimo, strabuzzato gli occhi chiedendosi: “Ma dove siamo finiti?”.

Ecco cosa si sono trovati davanti: un’aula moderna e accogliente, con banchi colorati a forma trapezoidale per consentire di formare tavoli di lavoro circolari, tablet in comodato d’uso per tutti.

classe 3.0 bari

Ma più che per l’organizzazione (e la bellezza) degli spazi, l’innovazione più importante riguarda proprio la didattica, che vedrà gli alunni protagonisti del processo di formazione, sotto la guida di docenti che assumeranno anche la veste di moderatori all’interno di un’aula che fungerà da vero e proprio spazio di collaborazione, confronto e dibattito.

La novità della classe 3.0 quindi non è la tecnologia o i banchi colorati, ma il modo di insegnare. I docenti si sono preparati per questo, apprendendo metodologie nuove che ora sono pronti a sperimentare insieme ai ragazzi: si utilizzeranno tablet, classi virtuali, internet, cloud, integrando con prudenza didattica tradizionale e innovazione, in un ottica di “flipped classroom”, di cui parleremo fra poco.

Il progetto Classe 3.0 è stato possibile grazie alla partnership con un’azienda di Bari (Auriga), che ha fornito la strumentazione necessaria.

Seguiremo il progetto per capire come andrà a finire. Nel frattempo possiamo seguire le attività della classe 3.0 anche sulla loro pagina di Facebook.

Classe capovolta.

È un’innovazione tanto semplice quanto geniale, nata in una piccola realtà rurale del Colorado circa sette anni fa. Due docenti di scienze e chimica, Jonathan Bergmann e Aaron Sams, dovevano risolvere un problema piuttosto comune: come far recuperare le lezioni ai ragazzi che si assentano da scuola e fare in modo che non restino indietro rispetto al programma?

Un bel giorno i due insegnanti provarono a registrare su Youtube una loro lezione e la condivisero. I ragazzi la guardarono a casa ed arrivarono in classe già preparati, pronti per fare, sul materiale già studiato, nuove  esperienze laboratoriali.

In questo modo ogni studente diventa davvero protagonista della propria formazione, perché chi ha bisogno di capire meglio può ri-guardarsi la lezione, nei tempi e modalità che preferisce, chi vuole può approfondire. Ognuno con il proprio passo.

flipped classroom o classe capovolta

Anche il docente riveste un nuovo ruolo, senza perdere quello vecchio di educatore e trasmettitore di conoscenze: la mattina l’insegnante diventa un tutor, un facilitatore, una guida per le varie esperienze laboratoriali, di gruppo o individuali.

Pare che la classe capovolta” funzioni. Secondo un sondaggio del 2012 (qui la fonte) pare che:

  • l’88% degli insegnanti dichiara di aver provato maggiore soddisfazione in ambito lavorativo;
  • il 67% degli studenti ha riportato voti più alti nei test;
  • l’80% ha notato un miglioramento nella vita di classe, soprattutto nel comportamento degli studenti;
  • il 99% ha dichiarato che avrebbe continuato a usare questa metodologia di apprendimento.

Tra i primi a sperimentare la “flipped classroom” in Italia troviamo un’insegnante di scienze matematiche della scuola media “Federico De Roberto” (anch’essa statale) di Zafferana Etnea, minuscolo paesino siciliano (alla faccia di chi dà il Sud per morto), alle pendici del noto vulcano.

L’insegnante non spiega la lezione in aula, ma mette a disposizione dei ragazzi moltissimi materiali, sia autoproducendoli che selezionati dalla rete, che i ragazzi studiano a casa il giorno prima. Oggi tutti questi materiali sono disponibili sul sito dell’insegnante Capovolgi le scienze, mentre in un altro suo blog chiamato Scuolaidea la docente mostra i risultati del suo lavoro dal punto di vista didattico.

classe capovolta dal sito CapovolgiLeScienze

La mattina successiva, in classe, i ragazzi vengono divisi in gruppi di lavoro, sia eterogenei (mescolando i più e i meno preparati) sia omogenei, nel qual caso adeguando l’obiettivo di studio, anche in ragione della presenza di eventuali disturbi dell’apprendimento.

Il sistema di valutazione è trasparente. I ragazzi hanno da subito obiettivi chiari, questo li rende più sicuri. Il voto non è mai usato come strumento di mortificazione, ma come feedback per migliorarsi, perché l’insegnante chiarisce con ogni singolo studente quali punti deve migliorare e potenziare per fare meglio.

Chi volesse conoscere meglio questa storia di classe capovolta può cliccare qui.

Ma quanti casi di innovazione didattica esistono in Italia?

A questa domanda proverà a rispondere Ashoka Italia, un’organizzazione no profit internazionale che ha lanciato di recente il programma Changemaker Schools, iniziativa dedicata al mondo dell’insegnamento che ha l’ambizioso obiettivo di mappare le piccole e grandi storie di innovazione sparse per il Paese. Per saperne di più potete leggere qui.

schoolchanger

Qual è la lesson learnt di tutto questo?

Che innovare si può. Sempre. E l’innovazione parte dal basso, grazie soprattutto alla passione, creatività, coraggio e impegno di chi tutti i giorni ha il desiderio e la motivazione per sperimentare qualcosa di nuovo, sapendo bene che cosa non funziona. E lo fa senza aspettarsi che l’innovazione venga calata dall’alto, come manna da cielo. Anche perché lo sappiamo tutti come finì quel tipo del proverbio che visse sperando …

 

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