E’ una “supercazzola” ma la commento lo stesso

Due piccole storie sassaresi per confermare – non che ce ne fosse bisogno – una conclusione raggiunta nel 2013 dalla Northeastern University di Boston: la veridicità o meno dei contenuti di un post è irrilevante per quanto riguarda il numero dei commenti sui social. Le notizie possono essere false o di cattivo gusto ma vogliamo commentarle lo stesso.

La prima storia me l’hanno raccontata due ragazzi che qualche mese fa si sono divertiti a creare una pagina dedicata a un presunto giovane sassarese. I due hanno iniziato a pubblicare frasi senza senso scatenando valanghe di commenti, tra interpretazioni e critiche. E’ bastata qualche “supercazzola” ben scritta per far decollare dibattiti altrettanto paradossali. Tanto che i due autori hanno abbandonato presto il gioco per legittima noia.

La seconda vicenda sta accadendo in questi giorni e riguarda un troll continentale che ha pubblicato diversi post razzisti e di cattivo gusto contro le donne sarde. La scoperta di questo personaggio ha provocato un diluvio incontrollato di commenti (a volte dello stesso tenore) all’insegna dell’ovvia indignazione. Grazie al tam tam locale, D.S. ha avuto però una notevole e immeritata notorietà.

Prima conclusione: vivendo immersi in una foresta di flussi comunicativi permanenti può essere utile rispolverare un vecchio precetto Sufi: “Se la parola che stai per dire non è più bella del silenzio, non dirla”. Soprattutto se si vuole commentare una palese scemenza o falsità.

Seconda conclusione: il silenzio e l’indifferenza sono sempre l’arma più efficace contro i troll.

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