Quando un’amicizia su Facebook costa il posto di lavoro

Come nel finale di una puntata di Colombo, con il tenente trasandato che incastra l’assassino usando un banalissimo trucchetto. Nei panni di Peter Falk si è ritrovata nel 2012 un’azienda abruzzese, che ha usato un espediente digitale per provare la condotta inadempiente di un dipendente. L’uomo, già sanzionato nel 2003 e 2009 per aver violato le regole dell’azienda, il 21 agosto si era allontanato dal posto di lavoro per una telefonata privata di quindici minuti. Questo gli aveva impedito di accorgersi che una lamiera aveva bloccato una pressa del ciclo di produzione, provocando dei danni alla stamperia.

In quell’occasione i responsabili dell’azienda trovarono nel suo armadietto un iPad accesso collegato alla rete elettrica. Sospettando che il dipendente navigasse su internet durante l’orario di lavoro – fatto proibito dal regolamento interno – il datore di lavoro decise di indossare l’impermeabile di Colombo. La responsabile del personale creò un falso profilo di donna su Facebook e iniziò a chattare con l’uomo negli orari in cui lui sarebbe dovuto essere impegnato alla pressa.

Il passo successivo fu inevitabile: licenziamento per giusta causa. Il dipendente fece ricorso ma pochi giorni fa – il 27 maggio – è arrivato il pronunciamento definitivo della Cassazione, che ha dato ragione all’azienda con una sentenza rivoluzionaria. Eccone alcuni stralci:

Il datore di lavoro ha posto in essere una attività di controllo che non ha avuto ad oggetto l’attività lavorativa più propriamente detta ed il suo esatto adempimento, ma l’eventuale perpetrazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente, poi effettivamente riscontrati, e già manifestatisi nei giorni precedenti, allorché il lavoratore era stato sorpreso al telefono lontano dalla pressa cui era addetto (che era così rimasta incustodita per oltre dieci minuti e si era bloccata), ed era stata scoperta la sua detenzione in azienda di un dispositivo elettronico utile per conversazioni via internet. Il controllo difensivo era dunque destinato ad riscontare e sanzionare un comportamento idoneo a ledere il patrimonio aziendale, sotto il profilo del regolare funzionamento e della sicurezza degli impianti. Si è trattato di un controllo ex post, sollecitato dagli episodi occorsi nei giorni precedenti, e cioè dal riscontro della violazione da parte del dipendente della disposizione aziendale che vieta l’uso del telefono cellulare e lo svolgimento di attività extralavorativa durante l’orario di servizio”.

Corte di Cassazione

Sede della Corte di Cassazione

Secondo la Corte non è si è trattato di un caso di spionaggio contrario allo Statuto dei lavoratori, perché l’azienda non ha effettuato un controllo di tipo continuo, invasivo e condizionante l’autonomia del lavoratore, ma solo occasionale e per verificare una situazione potenzialmente dannosa per l’azienda stessa. Come dire, c’era il legittimo sospetto che l’uomo non facesse il suo dovere e che a causa di questo potessero verificarsi altri incidenti. Era quindi lecito giocare con l’inganno per tutelare l’impresa.

Occhio quindi ad accettare amicizie da sconosciuti durante l’orario di lavoro.

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