Ma in Europa la selezione diretta degli insegnanti non è un tabù

Una delle maggiori controversie della proposta di riforma della scuola targata Renzi, approvata alla Camera e attualmente in discussione al Senato, è legata all’estensione dei poteri del dirigente scolastico nella selezione dei docenti. Tanto che si parla da più parti di “presidi-sceriffo”.

Il disegno di legge all’Articolo 9 “Competenze del dirigente scolastico” recita: “Per la copertura dei posti dell’istituzione scolastica, il dirigente scolastico propone gli incarichi ai docenti di ruolo assegnati all’ambito territoriale di riferimento, anche tenendo conto delle candidature presentate dai docenti medesimi. […] L’incarico ha durata triennale, rinnovabile in coerenza con il piano dell’offerta formativa”. “Sono valorizzati il curriculum, le esperienze e le competenze professionali e possono essere svolti colloqui. La trasparenza e la pubblicità dei criteri adottati, degli incarichi conferiti e dei curricula dei docenti sono assicurate attraverso la pubblicazione nel sito internet dell’istituzione scolastica”.

Per l’Italia si tratta si una vera e propria rivoluzione, visto che a oggi ogni assunzione o assegnazione di cattedre è totalmente vincolata a concorso pubblico o graduatorie di diverso livello.

Insomma, la chiamata diretta da parte del dirigente è vista da quasi tutto il mondo della scuola come un tabù, e comunque come un grosso rischio da evitare. Ma come funziona negli altri paesi europei?

Abbiamo dato un’occhiata a una recente ricerca condotta da Eurydice, organismo della Commissione Europea che studia forme e modelli organizzativi dei paesi dell’Unione. Il rapporto completo, dal titolo “Key Data on Education in Europe 2012“, in lingua inglese, è consultabile cliccando qui.

Il quadro che emerge è quello di una sempre maggiore autonomia da parte delle singole scuole nella definizione dell’organico di istituto, come si evince dalla seguente infografica, realizzata da Metis42 in base ai dati del rapporto.

Metis42 infografica - selezione docenti scuola

Possiamo vedere che:

  • In 13 paesi su 32 (40%) le scuole hanno piena autonomia nella selezione dei nuovi insegnanti (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Svezia, Regno Unito, Islanda e Norvegia); in 6 paesi hanno un’autonomia più limitata (tra questi Danimarca e Scozia), mentre in 12 casi, tra cui Italia, Germania, Francia e Spagna, non hanno alcuna autonomia;
  • Stessa percentuale (40%) per le scuole che hanno piena autonomia nella selezione degli insegnanti supplenti: all’elenco precedente si aggiungono Germania, Austria, Portogallo, Slovenia, Scozia e Ungheria, mentre scendono a 6 i paesi che non godono di alcun tipo di autonomia (Italia, Grecia, Spagna, Cipro, Malta e Turchia);
  • Sempre in 13 paesi su 33 (40%) le scuole hanno autonomia piena nel licenziamento degli insegnanti. Si tratta di Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Irlanda Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Svezia, Regno Unito; a questi aggiungiamo Ungheria e Croazia che hanno un’autonomia più limitata;
  • Infine in 22 paesi (66%) la scuola ha piena o parziale autonomia nella definizione dei doveri e delle responsabilità degli insegnanti. Nessuna autonomia in Bulgaria, Germania, Grecia, Francia, Italia, Cipro, Malta, Lituania e Turchia.

Sintetizzando, emerge un quadro sostanzialmente duale con un’organizzazione scolastica di tipo “anglosassone” adottata nel Regno Unito e nel centro-nord Europa che attribuisce molta autonomia alle scuole nella gestione delle risorse umane, prevedendo anche la responsabilità di assunzione e licenziamento degli insegnanti. C’è invece la parte “mediterranea” dell’Unione dove invece su questo tema le scuole hanno un livello di autonomia molto basso o nullo.

Certo, si tratta di una statistica, ossia di una semplificazione o se vogliamo della “visione col telescopio” di una questione molto delicata; bisognerebbe entrare nel dettaglio dei singoli sistemi e vedere che cosa significa davvero “piena autonomia”, se tutto è affidato al dirigente o se a un organo collegiale, quali sono le limitazioni e i contrappesi, quali le responsabilità di chi gestisce il corpo docente, e così via.

Ma il dato è comunque evidente: in Europa la selezione e gestione diretta del personale docente è tutt’altro che un tabù. In altre parole è un tema su cui si può discutere e che si può affrontare senza gridare allo scandalo. È un modello di scuola già ampiamente sperimentato. Può non piacere, forse non è adatto o adattabile facilmente al nostro paese, ma esiste. Ed è utilizzato anche in contesti che sono generalmente considerati modelli di eccellenza, come ad esempio la Svezia (ne avevamo già parlato in qui e qui).

Allo stesso modo, altri temi molto contestati della proposta di riforma, come ad esempio la valutazione della qualità dell’istruzione scolastica, sono in realtà delle pratiche già ampiamente adottate in tutta Europa. Ma di questo parleremo in un prossimo post.

La domanda, semplicemente e senza ideologismi né da una parte né dall’altra, è questa: davvero è meglio un sistema di reclutamento come quello italiano (o mediterraneo), totalmente blindato, definitivo e teoricamente avulso da qualsiasi livello di autonomia e meritocrazia? Il dibattito è aperto.

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