Chiedo alla scuola insegnanti straordinari

Da genitore farei carte false pur di iscrivere i miei figli in una classe dove so che ci sono insegnanti straordinari (e vi spiegherò perché). Non è dunque legittimo attendersi un sistema di scuola pubblica capace di scovarli e valorizzarli? E che metta nelle condizioni quelli “meno dotati” di livellarsi verso l’alto e non verso il basso? E che, nei casi più estremi, permetta di far cambiare mestiere a chi proprio non ce la fa (o non ce la vuole fare)?

Tra i diversi pomi della discordia che in questi giorni spinge il mondo della scuola a un’imponente manifestazione di protesta contro il progetto di riforma “La buona scuola” (qui il disegno di legge integrale), vorrei soffermarmi su un aspetto che trovo dirimente: la “valutazione del lavoro dei docenti”.

Vengono in mio aiuto due post (o stati d’animo) che raccolgo tra i tanti letti su Facebook in queste ore e che affrontano il tema in modo “critico”, dal lato di un docente e da quello di un genitore. Sono due post intelligenti e di persone che conosco, per questo mi permetto di citarli. Il primo è di una professoressa di Sassari, che nel desiderio di aprire un dibattito sulla sua bacheca scrive:

“Martedì sciopero ma non sono molto convinta degli argomenti che sento in giro. Noi insegnanti mostriamo una atavica ostilità per qualunque forma di valutazione come se il fatto che, in Sardegna per esempio, il 25% di ragazzi lascino la scuola fosse un problema che non ci riguarda.

[…] in questi anni si è parlato sempre e solo di contratti, organizzazione, ruoli e mai di contenuti e modi dell’insegnamento. Qualche timido tentativo di svecchiare i programmi (che sono spesso il totem a cui si sacrifica tutto) e di introdurre forme di valutazione del lavoro in classe basato su criteri più oggettivi e meno impressionistici ha trovato il solito, tenace muro di gomma di una parte non trascurabile dei colleghi. Che semplicemente li ignorano e continuano a proporre una didattica anni ’60, una valutazione a impronta e un numero di insuccessi che, frequentemente, sfiora il 90% della classe […].

riforma scuola vignetta

Il post che ho scelto, dal punto di vista di genitore, invece dice laconicamente così:

“lo sciopero degli insegnanti visto da fuori:
– la professionalità ce la dovete riconoscere a prescindere
– la scuola è una macchina per far lavorare più insegnanti possibile
– i voti qui li diamo solo noi. 
Amen”.

È apparso di recente, sul quotidiano inglese “The Guardian”, un articolo intitolato “Il maestro che vorrei”,  che prova a mettere nero su bianco i tentativi che in diverse parti del mondo vengono fatti per provare a risolvere il “problema” della valutazione dei docenti. Consiglio di leggerne la versione completa sul numero di Internazionale dello scorso 17 aprile.

internazionale il maestro che vorrei - metis42

Cito questo articolo perché mi pare molto interessante il cambio di prospettiva verso il tema:

“Dopo anni di dibattito tra studiosi e politici su come migliorare l’insegnamento […] è diventato evidente che l’accanita discussione sui ‘cattivi insegnanti’ rischiava di relegare in secondo piano una questione molto più importante: come si trasforma un cattivo insegnante in un buon  insegnante? E cosa rende bravo un bravo insegnante?”.

Rispondere a questa domanda potrebbe trasformare radicalmente il dibattito intorno al tema della meritocrazia e della valutazione: da “punizione verso i cattivi insegnanti” a “stimoli per accrescere le capacità di tutti emulando i più bravi”. Una rivoluzione copernicana che forse piacerebbe anche ai più recalcitranti a ogni cambiamento.

Uno dei casi citati nell’articolo riguarda il lavoro di Doug Lemov, insegnante americano  che oggi lavora come consulente per le scuole in difficoltà. Lemov ha analizzato la relazione tra il fattore “povertà” e “risultati scolastici”, scoprendo che esiste, purtroppo, un legame indissolubile. Ha anche capito che la lotta contro questo fallimento passava soprattutto per la capacità degli insegnanti di aiutare i bambini ad imparare.

In questo percorso Lemov ha individuato le scuole che ottenevano i risultati migliori con gli studenti poveri. Quindi, munito di una videocamera, ha visitato le scuole selezionate riprendendo gli insegnanti più bravi e studiando attentamente ogni singola lezione, atteggiamento, comportamento, modo di porsi e di lavorare, modalità (verbali e non) di relazione con gli alunni.

Questo imponente lavoro, dopo diverse letture e condivisioni con altri insegnanti, è diventato un libro (per ora non ancora tradotto in italiano) che oggi è considerato un vero e proprio best seller negli ambienti scolastici. Si intitola “Teach like a champion”, 62 tecniche per avviare gli studenti all’università.

Doug Lemon - Teach like a Champion

È diventato, si legge nell’articolo, “il testo fondamentale di una trasformazione dell’insegnamento che ha poco a che fare con i proclami e la politica ufficiale dei governi”.

E il punto è proprio questo: trovare delle tecniche, dei modi, per individuare gli insegnanti migliori e fare in modo che possano essi stessi fare da “maestri” o da tutor per gli insegnanti più giovani o per quelli che hanno difficoltà nel lavoro quotidiano con la classe.

Ci spostiamo in Australia. John Attie, docente di pedagogia a Melbourne, dopo diverse ricerche ha concluso che nel raggiungimento di quello che possiamo chiamare “successo scolastico” ci sono due variabili fondamentali e tra loro intimamente correlate: da una parte la capacità cognitiva del bambino; dall’altra “quello che gli insegnanti fanno, sanno e hanno a cuore”.  Tutto il resto è noia. In parole povere, secondo i suoi studi, è statisticamente dimostrato che “un bambino con un bravo maestro in una scuola scadente ha risultati migliori di un coetaneo che ha un pessimo studente in una scuola buona”.

Insomma, la regola pare confermata: “trovarsi nella classe di un insegnante straordinario è la più grande opportunità che questi bambini hanno per mettersi alla pari dei coetanei più fortunati”.

Stessa conclusione trovata dall’economista americano Eric Hanushek: uno studente nella classe di un insegnante inefficace impara in media la metà del programma di un anno scolastico. Se lo stesso studente avesse un insegnante efficace, imparerebbe l’equivalente di un anno e mezzo di programma. Tradotto: la differenza tra un insegnante buono e uno cattivo vale un anno intero.

insegnante stressato

È chiaro, quindi, – e parlo da genitore – che farei carte false pur di iscrivere i miei figli in una classe dove so che c’è un insegnante straordinario. È una cosa normale, direi un’ambizione legittima.

Che fare dunque? Una delle proposte di riforma de La buona scuola è quella di premiare “i buoni insegnanti” legandone lo stipendio alla prestazione. Un aspetto che in altre parti del mondo (vedi gli USA) è stato sperimentato ma non ha prodotto gli effetti desiderati, anzi, secondo Lemov ha ridotto gli stimoli alla collaborazione e incentivato i docenti a non aiutarsi a vicenda. Risulta inoltre piuttosto complicato definire in modo univoco e soprattutto oggettivo e non discriminatorio chi e che cosa rende il docente un “docente straordinario”.

In questo senso un esempio da seguire viene dal saggio Oriente. Secondo alcuni studi le scuole di Shangai sono tra le migliori del mondo. Uno dei motivi è che “i loro insegnanti non smettono mai di pensare a come possono diventare più efficaci”.

Il sistema di Shangai ha infatti individuato un modo per stimolare il miglioramento continuo: ogni settimana i docenti si riuniscono in base all’anno in corso e alla materia, si suddividono in gruppi e scelgono un tema o un problema su cui lavorare. A ogni insegnante giovane inoltre viene affidato un tutor anziano. Tutto ruota intorno all’idea che “non solo migliorare è possibile, ma è un tuo compito e non finisce mai”.

professore equilibrista - metis42

Per finire, ancora una sollecitazione, che riguarda stavolta anche noi genitori. Secondo Doug Lemov le tecniche di insegnamento da lui scritte funzionano meglio se gli alunni capiscono quando e perché vengono usate. Jenny Thompson è vicepreside della scuola elementare Dixons di Bradford in Inghilterra. Ogni mattina attende sull’uscio l’arrivo dei bambini accogliendoli uno per uno.

A tutti gli alunni viene chiesto di sottoscrivere – letteralmente – i valori della scuola: “duro lavoro, fiducia e correttezza”. Non c’è regola o abitudine, dice la Thompson, che non venga spiegata e rispiegata minuziosamente: “i nostri standard sono alti, e questo significa regole. Ma non vogliamo che i ragazzi abbiano la sensazione di doverle contestare, perciò occorre che se ne sentano parte”.

dixons trinity academy

Dixons Trinity Academy di Bradford

Molti dei metodi della Dixons sono ripresi da altre buone scuole. Uno dei docenti intervistati racconta: “C’è poco di nuovo: l’unica differenza è che facciamo quello che diciamo”.

Gli insegnanti della Dixon si riuniscono almeno due mattine a settimana, in gruppi o in coppia (giovane con esperto) e lavorano sul testo di Lemov “Teach like a champion”. Questi insegnanti applicano a se stessi quello che dicono ai bambini: “è essenziale sforzarsi al massimo, per diventare bravi bisogna lavorare sodo”.

Ecco dove può passare una Buona riforma della scuola. Chiudo con la parte finale del post dell’amica professoressa di Sassari, degna conclusione di questo articolo:

“Io penso che confrontarsi ogni giorno con la giovinezza, l’irrequietezza, l’indolenza, la creatività, la noia dei ragazzi è complicato, ma proprio per questo penso che bisogna attrezzarsi meglio e accettare di essere inadeguati e quindi formarsi meglio. Per questo penso che la valutazione dei docenti non la possano fare i dirigenti che sono interni alle logiche di successo/insuccesso. Ma un nucleo che comprenda alunni, genitori, insegnanti e dirigenti penso possa essere utile. Ognuno valuterà aspetti diversi e la sintesi dirà quali ambiti vanno migliorati”.

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