Bullismo o ragazzata? La sfida educativa passa da Cuneo, e ci coinvolge tutti

Un antico proverbio africano recita: “Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.

Detto in altri termini: non si educa da soli. Ovvero, non si può delegare ad altri l’educazione di qualcuno: tutti ne siamo coinvolti e corresponsabili.

Partiamo dal fatto, ormai diventato noto caso di cronaca: in gita scolastica a Roma qualche settimana fa, quindici studenti tra 15 e 16 anni di un liceo di Cuneo si ritrovano insieme in una camera d’albergo. Uno di loro, forse un po’ brillo, viene preso di mira; si parte con le battute, poi pian piano si passa a cose peggiori: il ragazzo viene spogliato, depilato, addobbato con marshmallow.  Più altre amenità di cui evito di parlare.

Tutto è ripreso con uno smartphone. Il video inizia a circolare, pare via Whatsapp, finché giunge fra le mani di un professore e dei genitori del ragazzo denigrato.

La reazione della scuola è dura e, secondo noi, sacrosanta: quattro in condotta per tutti e sospensioni dai 5 ai 15 giorni.

Però alcuni genitori dei ragazzi sospesi passano al contrattacco e denunciano alla stampa: «Macché bullismo. Macché violenze. È stato uno scherzo. Forse pesante, ma uno scherzo. Lo sbaglio è una punizione tanto severa». Il timore, infatti, è che i ragazzi debbano ripetere l’anno scolastico.

L’episodio (chi volesse saperne di più può cliccare qui) è emblematico di quanto succede quotidianamente nelle nostre scuole. Il bullismo è sempre esistito, lo scherzo pesante anche. Dai miei ricordi di studente potrei estrapolarne diversi.

Il primo problema è quando si supera un limite fondamentale, che è quello della dignità di ciascuno. Il fatto che un ragazzo non se ne renda conto, soprattutto quando agisce “in branco” è di per sé molto grave, ma si potrebbe ancora fare qualcosa, se si agisse da “villaggio”.

Bullismo in gita - educazione - scuola - famiglia

Il secondo problema, ben più drammatico, soprattutto in prospettiva, è quando un “clan” del villaggio in questo caso la famiglia), si comporta in senso opposto, sminuendo (“in fondo è solo una bravata”), contrattaccando (“la punizione è troppo severa”), minacciando (“se bocciate mio figlio faccio ricorso al TAR”. Oppure “lo iscrivo da un’altra parte”).

Che messaggio arriva ai nostri ragazzi? Che in fondo tutto è lecito. Che non è vero che a ogni comportamento corrisponde una conseguenza. Che alla fine chi vince è il più forte, il più furbo, chi urla di più. Questa è la tavola che stiamo imbandendo per i nostri figli.

E in tutto questo, drammaticamente, spicca il dramma di una scuola che ha smarrito il suo ruolo di agenzia educativa. Qualche giorno fa su La Stampa il pedagogista Benedetto Vertecchi diceva: “C’è stata una perdita della finalità dell’educazione. Mi spiego: l’educazione, e la scuola in questo ambito, avevano una valenza di prospettiva. Io ti educo affinché tu possa avere gli strumenti per affrontare la vita nel bene ma anche nelle contrarietà, nei sacrifici, nelle asprezze di cui consta. A un certo punto – lo vogliamo datare? Direi dalla fine degli anni Ottanta in poi – tutto questo si è perso. La scuola non è stata più sentita come parte di un processo educativo orientato all’esistenza, ma come un pacchetto di conoscenze che servivano a imparare qualche cosa per trovare un lavoro e – magari – fare i soldi”.

Conclude il prof. Vertecchi: “Se l’educazione non serve alla vita ma solo per essere promossi quest’anno e trovare un lavoretto l’anno prossimo, capisce bene che questo ragionamento non ha senso. Per le mamme conta l’oggi. Il non perdere l’anno. E se poi tirano su un selvaggio … che sarà mai?”.

genitori scuola famiglia educazione

Cosa imparare da questa vicenda? Che l’educazione non è un fatto privato, che non si può delegare, che non può non coinvolgerci. Che siamo parte di quel villaggio. E il villaggio è la nostra casa, il condominio in cui abitiamo, le strade che percorriamo ogni giorno, il campetto, la parrocchia, il gruppo di amici, la scuola. Persino la scuola. Lavoriamo insieme agli insegnanti, aiutiamoli a far crescere il nuovo villaggio. Se non facciamo questo le conseguenze saranno drammatiche.

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