Il dilemma del cornuto 2.0

Nel 2012 l’Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani rivelava che il venti per cento delle infedeltà coniugali (una su cinque) veniva scoperto grazie al controllo della posta elettronica e del telefonino del coniuge fedifrago. Oggi, dopo l’esplosione di WhatsApp, la percentuale sarà ulteriormente salita.

La nostra vita scorre talmente sulle autostrade digitali che è naturale che rimanga traccia delle scappatelle o delle semplici amicizie “pericolose”. Ed è naturale che chi ha sospetti ceda alla tentazione di frugare nello smartphone del partner.

Eppure solo un mese fa la Corte di Cassazione ha confermato un indirizzo giurisprudenziale consolidato, sostenendo addirittura che impossessarsi di un cellulare per spiare gli sms equivalga a compiere una rapina.

Un coniuge che volesse addebitare la separazione per tradimento non potrebbe mai utilizzare le scoperte fatte guardando di nascosto nella memoria digitale del partner. Rischierebbe di essere denunciato penalmente per violazione della corrispondenza o accesso abusivo a sistema informatico. Il principio di riservatezza è più forte di tutti.

Se abbiamo sospetti è meglio ricorrere al classico interrogatorio serrato (se invece abbiamo tradito ci sono diversi modi per occultare le tracce…).

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