La fortuna di essere immigrato digitale

Nel 2115 avrò circa 140 anni. Difficile immaginare in che mondo vivrò. L’unico dato certo è qualche capello bianco in più. Si andrà ancora a scuola? Oppure ognuno seguirà le lezioni da casa, perché tenere su l’istituzione scolastica è in fondo troppo costoso? Mi farò curare a distanza da un medico di Bangkok? Quello in realtà lo faccio già oggi: il mio dietologo mi segue via Skype, e con discreto successo, per giunta – mi dicono – . E quali altre diavolerie tecnologiche avranno inventato?

Un guanto tattile indossabile al posto dello smartphone? Una lente a contatto connessa con il web? Esisterà poi il web come lo conosciamo oggi? E i social network?

Davvero troppo, mi arrendo. D’altra parte, se a immaginare questo futuro che è già arrivato nel nostro presente come un soffio, non ci sono riusciti nemmeno quelli di Star Trek, non posso farlo certo io.

Guardate questa immagine.

Metis42-immigrato digitale - star trek

Nella colonna a sinistra ci sono alcune delle più avveniristiche innovazioni tecnologiche comparse nel corso della nota saga fantascientifica. Invenzioni che poi si sono rivelate nella realtà appena qualche anno dopo (colonna a destra): dal cellulare senza fili, al tablet, ai Google Glass.

Anche se coltivo la speranza che le tutine indossate dagli astronauti di Star Trek non diventino mai di moda, in realtà non ho ansia del futuro che ci aspetta.

Mi piace, invece, pensare a ciò che nel futuro avrò la fortuna di portare con me, prendendola in prestito dal nostro passato. Un passato che non abbiamo solo appreso sui libri di storia, ma che abbiamo imparato e sperimentato con le nostre mani:

  • la penna bic per riavvolgere il nastro magnetico impigliato nei meccanismi delle musicassette;
  • le file alla cabina telefonica per chiamare la fidanzata lontana (si potevano però già usare tutte le monete, non solo i gettoni. In fono si era già molto avanti!);
  • i tentativi infiniti di caricamento di Kick Off sull’Amiga 500 e le ventose del Joystick che si staccavano dal tavolo sempre nel momento più bello (quello del tiro!);
  • la saletta prove ricoperta di cartoni delle uova, che pare servissero per migliorare i suoni durante la registrazione.

Metis42 - immigrati digitali - joystick

Potrei andare avanti per ore. Sono le azioni quotidiane che noi “nativi analogici”, o se preferite “immigrati digitali” della scorsa era geologica, facevamo come se fosse il nostro ambiente naturale.

Le ricordo senza alcuna nostalgia del passato che non c’è più. E non credo nel detto che “si stava meglio quando si stava peggio”. Ogni tempo ha il suo bit, spetta a noi decidere se ballarci sopra o stare in disparte ai bordi della pista.

Rivivo quei momenti comunque felici perché credo che in fondo quella degli immigrati digitali sia una generazione fortunata, perché ha avuto l’incredibile fortuna di vivere a cavallo tra due rivoluzioni di portata storica.

Tutte le altre rivoluzioni precedenti, da quella agricola a quella industriale, per dire, si sono manifestate in un arco temporale misurabile in secoli, o comunque decenni, o comunque in più generazioni.

Metis42 - Immigrati digitali - homo informaticus

Noi, nel giro di una decina d’anni (o poco meno, o poco più), ci siamo visti proiettare in una nuova dimensione digitale e tecnologica che prima non esisteva. Forse ci sentiamo goffi, talvolta inadeguati, e sbagliamo tante parole scrivendo  le nostre conversazioni sul touchscreen. E i nostri figli ci danno del Matusa (ma noi non facevamo lo stesso con i nostri genitori?).

Conserviamo però quell’esperienza fenomenale e originale, perché vissuta davvero, dei “luoghi” che abbiamo vissuto prima di emigrare. Siamo capaci di vedere la portata rivoluzionaria del digitale anche con occhi analogici. E questo rende più ricca l’esperienza per tutti i cittadini digitali e darà un senso profondo – io credo – all’innovazione che sarà.

Noi immigrati digitali possiamo permetterci di descrivere e raccontare il link tra due generazioni. Possiamo connettere il nostro passato al nostro e vostro futuro. Riconoscendone i valori, le opportunità, i rischi, la sfida educativa.

E non credete a chi vi dice che in futuro non si andrà più in bicicletta, che i parchi giochi resteranno vuoti, che non sapremo più parlarci se non tramite chat. Che non sapremo più relazionarci. Che Diventeremo stupidi e invertebrati. Non succederà, perché semplicemente non è nella nostra natura. Cambieranno modi e spazi, ma non il nostro essere animale sociale. Il muretto dell’incontro sarà anche lo spazio virtuale di un gruppo di amici su Facebook. Che male c’è?

Coraggio, quindi. Essere immigrati digitali non è poi mica tanto male, anzi: è proprio una bella storia!

 * * *

Nel 2115, dicevo, avrò circa 140 anni. Difficile immaginare in che mondo vivrò. L’unico dato certo è qualche capello bianco in più. E io a godermi lo sfrigolìo della puntina del giradischi mentre sul vinile Bob Dylan canta che … “the times they are a-changin’”:

“Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

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