Una storia vera di cyberbullismo che colpisce al Cuore

Sono rimasto molto colpito da una recente intervista a un adolescente vittima di un grave episodio di cyberbullismo nella sua classe. Ciò che più mi ha colpito è la descrizione che il ragazzo fa del suo compagno cyberbullo:

“E’ malvagio. Quando uno piange, lui ride. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando va su Facebook o su Ask.com, s’inferocisce e punta a far male. Non teme nulla, scrive male dei professori ovunque sul web, insulta tutti quando può, poi nega con una faccia di vetro, è sempre in lite con qualcuno. Odia la scuola, odia i compagni, odia i professori”.

È una descrizione che ben rappresenta l’identikit del cyberbullo, vera e propria piaga sociale della nostra società malata. Le statistiche d’altra parte parlano chiaro:

  • alle superiori un ragazzo su due subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica;
  • il 33% è una vittima ricorrente;
  • le prepotenze di natura verbale prevalgano nettamente rispetto a quelle di tipo fisico: il 42% dei ragazzi afferma di essere stato preso in giro;
  • il 30% circa ha subito delle offese, il 23% ha segnalato di aver subito calunnie;
  • per quanto riguarda le violenze di tipo psicologico, il 3% denuncia l’isolamento di cui è stato oggetto;
  • l’11%, infine, dichiara di essere stato minacciato.

Sono dati certamente allarmanti, sintomo di un problema vasto che non può essere sottaciuto.

cyberbullismo su facebook - metis42

Fin qui tutto nella norma. Vi siete allarmati? Io molto.

C’è un però. Anzi due.

Il primo “però” è che i dati sopra descritti, tutti reali, risalgono ad un’indagine condotta nel 2001, quando ancora internet era poco più che agli albori e social network, smartphone e altre diavolerie tecnologiche e digitali proprio non esistevano.

Il secondo però? Rileggete l’intervista con cui ho aperto il post. È un testo in parte artefatto, ho modificato qualche cosa, aggiungendo qua e là termini riconducibili alle armi di distruzione di massa utilizzate dai cyberbulli. Bene, leggete ora il testo originale.

“E’ malvagio. Quando uno piange, egli ride. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro”.

Sapete a chi corrisponde questo profilo? Al “bullo” Franti, uno dei protagonisti del libro Cuore scritto da Edmondo De Amicis nel 1886.

Vi chiedo perdono per il piccolo inganno. Ho voluto utilizzare questo espediente per ricondurre la riflessione sul problema (ripeto, attuale e reale) del cyberbullismo su binari che ritengo più corretti rispetto ai dati spaventosi e allarmati che i media troppo spesso ci propinano confondendo però il dito con la luna: secondo questa visione distorta la genesi del cyberbullismo, e quindi di rimando tutto il bullismo senza “cyber”, è la tecnologia, questo mondo virtuale inconsistente e pericoloso, questo internet che rende stupidi, questi giovani senza identità che chattano senza sapere cosa fanno, che perdono tempo a scattarsi selfie come degli eterni narcisi, che si insultano nascondendosi dietro l’anonimato che il web assicura loro.

Allora, sfatiamo subito alcuni miti:

  • il bullismo è sempre esistito, da molto prima del buon De Amicis. “Bullo” è una parola antica che risale al Rinascimento. Tommaso Garzoni, erudito nato a Bagnacavallo, la usò nella sua opera, “La piazza universale di tutte le professioni del mondo” pubblicata a Venezia nel 1585. In quest’opera, il termine bullo era affiancato a «bravazzi, spadaccini e sgherri di piazza».
  • Il cyberbullismo quindi è un aspetto di un problema molto vasto e annoso, anzi oserei dire “secoloso”, che vede i nuovi bulli del XXI secolo comportarsi come tali utilizzando però (ma va?) anche le nuove opportunità di comunicazione offerte dal web.
  • Certamente questi strumenti, per loro natura, permettono una dirompente pervasività e viralità rispetto all’insulto o al pugno del bullo Franti davanti a una platea di spettatori per lo più composta dai suoi compagni; questo fatto per forza di cosa apre scenari prima sconosciuti, ma non si può per questo condannare lo strumento in sé eludendo un problema che è (ed è sempre stato), prima di tutto sociale, educativo, culturale e non “tecnologico”.

bullismo - metis42

Ha fatto scuola un recente falso scoop smascherato dalla rivista Wired: lo scorso 11 febbraio l’Ipsos pubblicava un allarmante studio intitolato ‘Safer Internet Day Study: il Cyberbullismo’, secondo il quale “il Cyber bullismo è il pericolo maggiore secondo il 69% dei ragazzi under 18”. Il dato era ripreso da un documento originale di Save The Children, che però, rivela Wired, diceva qualcosa di molto diverso: a essere considerato un «pericolo forte in questo momento» dal 69% dei ragazzi interpellati era il bullismo in generale, anche quello che avviene in primo luogo a scuola, per strada, nei luoghi di ritrovo, nel mondo fisico e non solo il cyber-bullismo.

cyberbullismo - metis42

Quindi il modo migliore per affrontare il cyberbullismo e poterne identificarne anche possibili soluzioni, è anzitutto riuscire ad analizzarlo senza gli eccessi di chi interpreta il problema in chiave tecno-fobica, o se preferite tecno-catastrofista, legando tutto il male della società di oggi alla rivoluzione digitale in atto.

E un’altra cosa che non possiamo più permetterci di disattendere è capire davvero chi sono, cosa fanno, come si comportano (e perché) gli adolescenti di oggi, che, è vero, sono nativi digitali e passano molto tempo sul web e i social network.

E ci accorgeremo, a guardarli bene, che questi bamboccioni narcisi ed eternamente connessi non fanno poi cose tanto diverse da quelle che noi stessi abbiamo fatto, nel male e nel bene, quando gli adolescenti eravamo noi.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

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