“Diario di scuola” e la metamorfosi di un somaro. Parola di Pennac

Ho conosciuto Daniel Pennac, credo come la maggior parte dei lettori, attraverso le strepitose avventure di Benjamin Malaussène – e già questa saga familiare mi faceva annoverare lo scrittore francese tra i più geniali e stimolanti autori contemporanei – poi, tra una storia e l’altra del più famoso e forse unico capro espiatorio “certificato” di Parigi, mi sono fatta catturare definitivamente da “Come un romanzo” che è riuscito a cambiare profondamente la mia identità di lettrice (ve lo consiglio vivamente!).

Ma è stato nel 2008 che Pennac mi ha fatto incredibilmente ridere, riflettere, capire e sognare rivivendo il luogo che caratterizza per anni e anni la vita di tutti noi: la scuola.

“Diario di scuola” è molto più di un romanzo autobiografico, del racconto della vita scolastica dell’autore, è un percorso di consapevolezza perché, che tu sia stato un bravo studente o un somaro “Diario di scuola” riaccende la luce in una stanza che abbiamo sempre frequentato nella penombra!

Pennac esordisce così: Insomma, andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo della classe ero il penultimo”.
Quindi un libro scritto dal punto di vista degli studenti, ma non di quelli bravi per cui la scuola quasi non servirebbe, ma di quelli pessimi, che hanno paura, che fuggono, che non studiano, non capiscono.

Un percorso che, tra paure, bugie, i “non ce la può fare”, i  “non capisce”, “non si applica”, “ha troppa fantasia”, arriva fino alla metamorfosi da somaro a professore” apparentemente inspiegabile ma in definitiva quasi la logica evoluzione del profondo desiderio di cambiare la scuola che tanto lo aveva torturato: una scuola rigida, bloccata tra cattedre e banchi che aspetta gli studenti al varco e quasi gode a bloccarne il cammino, con professori inamidati e chiusi in un ruolo lontano dalla realtà e dai ragazzi.

Metis42 consiglia diario di scuola di Daniel Pennac

La svolta per Pennac avvenne quando un insegnante di francese colpito dalla sua fervida fantasia nell’inventare scuse e bugie, decise di dispensarlo dai compiti per commissionargli un romanzo: una pazzia? Forse. Certamente per lui il principio di una salvezza!

“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica” […] “Il problema è che vogliono farci credere che al mondo contino solo i primi violini”.

Alla fine lo scopo della scuola non  è proprio questo? Far capire ad ognuno i propri talenti e trovare il modo di tirarli fuori al meglio mettendoli in relazione con gli altri per creare la giusta armonia tra il singolo e la classe. 

E così, leggendo “Diario di scuola”, l’esperienza di un somaro diventato insegnante vero e pieno di amore per la scuola e i suoi studenti, forse possiamo continuare a sperare che un’altra scuola sia davvero possibile.

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