Il social è un “luogo pubblico”, come piazza d’Italia

Navigare su Facebook è come passeggiare in una piazza, con tutte le conseguenze che ne derivano soprattutto se decidi di aggredire verbalmente qualcuno. Quello che per molti (ma non per tutti) è un fatto scontato, da qualche mese è una certezza almeno per la Cassazione.

Con una sentenza dello scorso settembre, la Suprema corte ha messo un paletto preciso: i profili aperti del social network – cioè quelli liberi dai filtri della privacy – vanno considerati come “luoghi pubblici”, dove è possibile consumare reati tipici del mondo materiale come le molestie o la diffamazione.

Con un’aggravante legata all’eventuale quantificazione del danno: se oggi andassi in piazza d’Italia a diffamare qualcuno, il potenziale lesivo delle mie parole sarebbe commisurato alla contenuta quantità di persone capaci di ascoltare in diretta la mia filippica. Il meccanismo della viralità rende invece potenzialmente infinito il numero di utenti raggiungibili dalle mie contumelie. E la mia offesa potrebbe essere letta nel tempo da migliaia o addirittura milioni di persone.

In questo caso, dal punto di vista potenziale, il danno viene provocato anche se scrivo su un profilo privato, poiché teoricamente il testo può essere copiato e reso virale da altri. Con conseguenze pesanti per il mio conto in banca. Meglio, quindi, pensarci sempre due volte prima di lanciare accuse, riportare pettegolezzi e fare supposizioni azzardate sui social network.

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